Viktor Frankl, il senso della vita nei Lager

Viktor Frankl, psichiatra, neurologo e filosofo viennese, ha riflettuto sul “senso” della vita lungo tutto il corso della sua esistenza.

Insieme a Sigmund Freud e ad Alfred Adler, Viktor Frankl è considerato uno dei pilastri della moderna psicoterapia.

Se ti dovesse capitare di visitare Vienna, ti consiglio di dedicare qualche ora al Museo a lui dedicato, il Viktor Frankl Museum.

Ma qual è il motivo per cui voglio parlarti di Viktor Frankl?

Il motivo è semplice: Viktor Frankl è riuscito a “vedere la vita” anche attraverso il filo spinato dei lager. 

Viktor Frankl e la felicità

Viktor Frankl era convinto che la felicità dipendesse in massima parte dalla concezione che il nostro “io” ha di noi come esseri umani.

Se pensi di essere triste, sarai triste, se pensi di essere felice, sarai felice.

Ma non solo: la visione trascendente che Frankl aveva dell’individuo, dell’esistenza e dell’universo, gli dava la certezza che l’uomo sarebbe diventato ciò che pensava di se stesso, ciò che pensava di meritare e ciò che pensava avrebbe ottenuto in futuro.

Viktor Frankl, il “senso” della vita nei lager

Viktor Frankl nasce nel 1905 a Vienna e, in quanto ebreo, nel 1942 viene deportato nel Lager di Theresienstadt.

Da lì comincerà il suo orribile tour attraverso altri tre campi: prima quello di Auschwitz, poi quello di Kaufering III e infine quello di Turkheim.

Questi tre anni gli daranno modo di approfondire alcuni concetti sul senso della vita.

Questa esperienza, direttamente tra le braccia del terrore, sarà la base dei suoi scritti del Dopo Guerra.

Frankl aveva avuto la “fortuna” (si fa per dire) di vedere l’anima dell’uomo negli attimi estremi, quelli della paura, dell’angoscia e del dolore fisico più acuti, momenti in cui nessun essere umano può assumere atteggiamenti diversi rispetto a quelli del suo sentire più profondo.

Viktor Frankl e Primo Levi

Se hai letto “Se questo è un uomo” troverai alcuni punti di contatto impressionanti tra i modi e i contenuti di Levi e quelli di Frankl.

Viktor Frankl ha scritto decine di libri, alcuni legati alle sue memorie, altri invece più tecnici, incentrati sulla psicologia.

In nessuno di essi troverai la minima traccia di odio nei confronti degli aguzzini e, proprio come in Levi, il suo amore universale per l’essere umano trascende la singola esperienza, il contesto personale.

Non che Frankl o Levi “amassero” i loro aguzzini, solo che la volontà di comprendere le “radici” dell’uomo, nel bene e soprattutto nel male, una volontà sostenuta dalla loro sensibilità fuori dal comune, soffocava quei naturali sentimenti di rivalsa che chiunque di noi avrebbe provato in quelle situazioni.

Qui sta la grandezza di entrambi: non il perdono, non il capire, ma il passare “oltre”, il tentare di capire persino l’incomprensibile e persino in un momento di sconforto estremo.

Viktor Frankl e il “senso” della vita

Viktor Frankl è ricordato perché sarebbe riuscito a dare un “senso” alla vita.

In realtà purtroppo non è proprio così; credo che molti confondano gli obiettivi con il senso ultimo, universale, dell’esistenza. Mettere il pallone all’interno di una porta non è il senso dello sport che chiamiamo calcio, ma è l’obiettivo del gioco.

Molti potrebbero sostenere che il calcio è uno sport “senza senso”, ma nessuno potrà dire che l’obiettivo non sia fare gol.

Allo stesso modo gli obiettivi degli internati non rappresentavano il senso della vita. Potrebbe sembrare una cattiva notizia, ma in realtà non credo lo sia.

Questo significa che non esiste un senso predeterminato nella vita, ma al contrario ognuno di noi deve trovare il proprio, ognuno di noi è il dio di se stesso.

Nel mio piccolo sono decisamente d’accordo, ed è anche per questo che rifiuto i pre confezionamenti di tutte le religioni, che danno identiche soluzioni a problemi differenti.

Frankl aveva individuato tre fasi psicologiche degli internati: la prima era quella dell’incredulità, la seconda quella dell’apatia, la terza quella dell’abbandono o della rinascita.

Decidere per l’una o per l’altra delle due opzioni dell’ultima fase, dipendeva essenzialmente dall’avere o meno degli obiettivi, delle “cose da fare”.

Gli internati che non avevano nulla da raggiungere, coloro che non avevano né amori, né desideri, si lasciavano andare all’apatia senza nessun tipo di reazione, né fisiche, né emotive.

L’uomo ha un bisogno essenziale, naturale, primitivo, di obiettivi, diversamente la sua vita non ha un “senso”.

Oggi potrebbe sembrarci una conclusione scontata, ma se pensiamo che l’analisi è stata sviluppata in un contesto così estremo come quello dei campi di concentramento, capiamo quanto possa assumere un valore universale.

Anche nei momenti considerati “normali” della nostra vita, se ci lasciamo travolgere dagli eventi senza darci almeno uno scopo, finiremo per ammalare la nostra anima.

La depressione e lo spegnimento, derivano essenzialmente dalla mancanza di un obiettivo che guidi le nostre emozioni, il nostro “motore” interno.

Viktor Frankl trova questi obiettivi anche nella Creazione, che per lui ha contorni decisamente metafisici.

Ci sono pagine incredibilmente romantiche nelle quali descrive i momenti passati ad osservare un semplice tramonto al di là del recinto di Auschwitz.

Riporta Frankl, in un memorabile episodio de Uno psicologo nel Lager, che i deportati avevano fermato il tempo, e persino lo spazio, in una piccola sera d’estate.

Esausti, dopo una giornata di lavoro con poco cibo e poca acqua, alcuni con spaventose febbri, altri con il tifo, uscirono dalle loro baracche per osservare i colori del cielo. E anche chi non aveva nessuno che lo aspettasse a casa, persino chi non aveva uno scopo che potesse dargli la forza di andare avanti, ritrovò una parvenza di sorriso, di umanità.

Tuffati nella Natura, lasciati sconvolgere dalla bellezza

Tuffati nella Natura appena puoi e lasciati travolgere dai suoi colori, dai suoi profumi, dai suoi incanti.

Non resisterle, abbandonati ad una cascata fresca, assapora una mela matura, sdraiati sul fieno. Se cercherai un contatto, sono certo che lo troverai. Se rimarrai chiuso nei tuoi pensieri, al contrario la mela tornerà acerba e il fieno ti pungerà la schiena.

Un altro passaggio di Frankl (Uno psicologo nei Lager) descrive l’attimo in cui i monti salisburghesi spuntano dall’orizzonte. Lui e altri relitti umani erano stati caricati su un treno perché dovevano essere trasferiti in un altro Lager.

Il vagone è zeppo di persone, più morte che vive, volti trasfigurati dal dolore e dalla fame, occhi giganti in facce smunte, ma quando lo spettacolo della Natura, uno spettacolo a loro negato per anni, gli si stende davanti, Viktor Frankl si commuove.

E si commuove anche della commozione che vede nel viso dei suoi compagni di sventura, sguardi lucidi di polvere e amore.

Senza parole guarderanno la meraviglia che in un momento di serenità forse non avrebbero saputo apprezzare.

Questo significa forse che per amare la vita bisogna prima sprofondare negli abissi?

No, per lo meno secondo me no.

Servirebbe solo essere più modesti di fronte alla bellezza, più pronti a lasciarsi travolgere da quello che vediamo e meno piazzati nelle nostre malsane abitudini.

Abituarsi alla bellezza, non emozionarsi più di fronte ad un tramonto, ad un albero dalle forme sinuose o davanti al volo di un elegante uccellino, è una maledizione tra le peggiori.

Fatte le debite proporzioni, spesso anche noi viviamo dentro un recinto di filo spinato fatto di soldi, potere, fama, invidie e bramosia che ci nega la vista del bello.

Non lasciare che ti accada, questo il mio augurio che, ne sono certo, coinciderebbe con quello di Viktor Frankl, scomparso nel 1997.

Quando non siamo più in grado di cambiare una situazione, siamo sfidati a cambiare noi stessi.

Viktor Frankl

 

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